“Bagliori d’ispirazione”

Si è svolto da poco il festival “Bagliori d’autore”, una manifestazione culturale che, per il secondo anno, ha deciso, e a ragion veduta, di scegliere il tema shakespeariano come fulcro dell’evento: si sono avvicendate conferenze, reading, rappresentazioni teatrali vere e proprie e chi più ne ha più ne metta.
Sono rimasta molto colpita, in prima istanza, dal programma: incredibilmente nutrito e variegato, ogni giorno, per quasi due settimane, era possibile assistere (gratuitamente o a poco prezzo) a stimolanti eventi, accattivanti e utili, anche per noi ragazzi, per avvicinarci ad un mondo come quello di Shakespeare e del teatro in genere, troppo sposso bollato come noioso e “vecchio”.
Il più famoso autore dell’epoca elisabettiana era lì, per noi, attuale e sconvolgente più che mai, bastava allungare la mano (e le orecchie) e ci si ritrovava immersi tra le tragiche meraviglie di Danimarca, o tra le ridanciane ambientazioni di Windsor.
La dinamica espressiva e narrativa di Shakespeare si presenta come un alone indefinibile e luminoso che ci spinge oltre il tempo, c’è una sorta di realismo sognante che è scaturigine di un’atmosfera d’epoca e contemporanea, fruibile, allo stesso tempo.
In altre parole, in Shakespeare risiede una trascendenza letteraria e culturale che poi è quella che ha fatto sì che egli fosse semplicemente unico ed irripetibile dal momento che, probabilmente, nel corso della cultura umanistica, anche se non lo si potrebbe giurare a priori, un altro come lui non c’è mai stato.
Avendo avuto l’occasione di conoscere tre protagonisti dell’iniziativa, si è deciso di intervistarli per consegnarvi, attraverso le loro parole, suggestioni, motivazioni e pensieri che, chissà, potranno spingervi, l’anno prossimo, a partecipare anche a voi!
Prima Annalisa Volpone, ricercatrice dell’Università degli studi di Perugia, esperta di Joyce, poi Francesca Montesperelli, professore associato della stessa materia e, dulcis in fundo, Roberto Biselli regista di teatro, nonché direttore artistico (e non solo) del Teatro di Sacco di Perugia. Non rubo ulteriore spazio e tempo alle loro parole: buona lettura!


INTERVISTA ANNALISA VOLPONE
1) L’incontro con Shakespeare è stato precoce o tardivo? Come lo mette a sistema con Joyce?

Premettendo che non ti puoi occupare di letteratura inglese senza avere letto e riletto e poi riletto ancora (potrei andare avanti all’infinito…) Shakespeare, posso dire che questo autore è stato molto importante nella mia formazione letteraria. Per due ragioni principali, che sono poi anche quelle per le quali amo moltissimo Joyce, lo scrittore che ho studiato di più nella mia vita: Shakespeare mi ha insegnato a pensare e mi ha insegnato ad apprezzare la complessità. Se non entri nel meccanismo perfetto che ogni dramma rappresenta, se non ci entri con la mente e con il corpo, se non ti lasci irretire dalla molteplicità di sensi e di discorsi che quel dramma mette (letteralmente) in atto, allora Shakespeare è parola morta. Ma se invece accetti la sfida, se accetti di entrare nei mondi a volte reali a volte immaginari - ma sempre mondi delle nostre coscienze – che egli ti propone, allora quel testo vive, ti spiega, ti illumina di una luce straordinaria, ti apre universi che mai avresti potuto vedere. Oggi viviamo nel tempo della banalizzazione della parola e del discorso, il linguaggio è semplificato, abbreviato, ridotto, impoverito e privato della sua pluralità di senso, della sua pienezza, della sua evocatività, tutte qualità, queste, che servono a spiegare e a raccontare il nostro essere persone nel mondo, ad aiutarci a comprendere il viaggio che vivendo in questo mondo compiamo. Shakespeare ti chiede di prestare attenzione, ti chiede di fermarti a riflettere, di capire che una parola vale il suo senso letterale, ma anche molto altro. Shakespeare è complesso perché racconta la vita e la vita non è un fatto banale, ma un evento straordinariamente sofisticato.
È The Winter’s Tale, il Racconto d’inverno, la prima opera che ho letto, era una di quelle letture consigliate dalla maestra per le vacanze di natale. Naturalmente mi fu data una versione semplificata per una bambina delle elementari, ma mi bastò per perdermi nella sua incantevole magia. Oggi naturalmente ciò che mi affascina di questo testo non sono più le cose che apprezzai da bambina, ma questo dimostra che Shakespeare sa parlarti sempre, a qualunque età. Quanto al rapporto Shakespeare e Joyce (o Shake ‘n Joy, così mi piace chiamarlo, perché mi fa pensare alla preparazione di una pozione magica) è un rapporto ineludibile e costruito a vari livelli. James Joyce è uno degli scrittori più importanti della letteratura mondiale, Ulysses ha cambiato per sempre la storia del romanzo e allora come poteva non cercare il confronto, la misura con Shakespeare? Shakespeare per Joyce è il padre spirituale, è il punto di riferimento più alto, l’ispirazione più profonda, la lingua con cui scrive, i mondi che costruisce. Ma Shakespeare è anche il nemico più acerrimo, il cui (im)possibile superamento egli deve realizzare. In Ulysses è il personaggio di Stephen Dedalus, un aspirante scrittore e anche alter ego di Joyce, che più si misura con Shakespeare, lo immagina mentre si accinge ad andare al Globe a recitare la parte del fantasma in Hamlet. Ecco per Joyce Shakespeare è un fantasma che aleggia nella sua scrittura, è parte integrante del suo processo creativo, è colui che dovrà metaforicamente uccidere per poter cominciare davvero a scrivere. Ma di Shakespeare non ti liberi se non accogliendolo, cibandotene, facendo tue le sue parole e poi reimmettendole nel cerchio della scrittura. Questo è quello che fa Joyce. Questo è quello che proverò a spiegare nella sezione Shakespeare/Joyce di Bagliori.

2) La manifestazione “Bagliori d’autore”, secondo lei, che tipo di opportunità offre ai ragazzi della nostra età? (14-18 anni)

Certamente permette ai giovanissimi di avvicinarsi alla letteratura da una prospettiva più ampia e multidisciplinare. Li aiuta a comprendere che la letteratura non è roba per professori, o qualcosa che devi studiare per l’interrogazione, la letteratura è vita, racconta di noi, dei nostri sogni e desideri, delle nostre debolezze e paure, delle grandi gesta e delle miserie di cui possiamo essere capaci. Questo è quello che Shakespeare e Joyce in tempi diversi e con modalità diverse ci insegnano; nel raccontare le storie dei loro personaggi raccontano le nostre. Sono lo specchio di fronte al quale prima o poi dovremo avere il coraggio di porci, lo specchio che riflette e ci fa riflettere appunto. Credo poi fortemente nella letteratura come esperienza corale, perché se da una parte la lettura individuale è un’esperienza potente e di grande formazione, dall’altra parlare dei testi, osservarli da punti di vista diversi, può essere un’esperienza gratificante e ancora più coinvolgente. “Bagliori d’Autore” rappresenta, in questo senso, una grande opportunità per confrontarsi e comprendere un autore più approfonditamente, sentirlo vicino, sentire, ed è questa la magia della letteratura, che parla a noi, proprio a noi, che la sua lingua è in fondo anche un po’ la nostra.

3) Se dovesse sollecitare la partecipazione di un ragazzo/a a questa manifestazione, su cosa lo farebbe riflettere?

Beh gli o le direi che questa è un’occasione straordinaria per incontrare se stesso/a. In un passaggio di Ulysses, particolarmente denso dal punto di vista shakespeariano, Joyce fa dire a Stephen Dedalus: “We walk through ourselves, meeting robbers, ghosts, giants, old men, young men, wives, widows, brothers-in-love. But always meeting ourselves” e cioè “camminiamo attraverso noi stessi, incontrando briganti, fantasmi, giganti, vecchi e giovani, mogli, vedove e fratelli in amore. Ma sempre incontrando noi stessi”. L’elenco di Stephen non è altro che l’elenco dei personaggi che animano i drammi di Shakespeare: l’aspirante artista ha capito che di Shakespeare non puoi fare a meno, come non puoi fare a meno di te stesso, perché Shakespeare è la parola che racconta l’umano.

INTERVISTA FRANCESCA MONTESPERELLI

1) Shakespeare e i ragazzi della nostra età, che rapporto dovrebbero avere secondo lei?

Shakespeare è un autore attualissimo, nonostante che le sue opere risalgano a più di quattro secoli fa. Naturalmente, molte sono le differenze che ci allontanano dal Rinascimento inglese, perché la nostra visione del mondo si è formata attraverso l’Illuminismo, la Rivoluzione Francese, la scienza e la filosofia dell’Ottocento, gli ideali risorgimentali, le tragedie del ‘900, e insomma tutta la cultura e la storia di quattrocento anni. Eppure sentiamo Shakespeare ancora molto vicino a noi, perché racconta storie che ci appassionano, descrive personaggi che ci somigliano, esprime sentimenti che sono ancora i nostri. Insegnando letteratura inglese, mi rendo conto che poche sono le opere letterarie che entusiasmano i ragazzi come i drammi di Shakespeare.

2) Che impatto può avere un “reading critico”, come quello a cui lei parteciperà, su un liceale?

Mi auguro che possa piacergli, e possa stimolarlo a leggere quest’opera e magari anche altri drammi di Shakespeare. Ci sarà una breve introduzione a The Tempest, per inquadrare l’opera dal punto di vista storico e critico, e poi la lettura di alcuni brani della commedia, legati da un commento che sintetizza lo svolgimento narrativo della vicenda tra un episodio e l’altro. Anche chi non ha mai letto il “play”, né l’ha mai visto rappresentato a teatro, sarà quindi in grado di capire la trama ed entrare nella magia dell’opera attraverso la lettura degli attori.

3) E su un universitario? (secondo la sua esperienza, naturalmente)

Come dicevo prima, i miei studenti sono stati sempre molto recettivi ai corsi che ho tenuto su Shakespeare, appassionandosi alla lettura dei testi. Immagino che uno studente universitario, soprattutto se proviene da studi di tipo umanistico, conosca la trama di The Tempest  e forse abbia anche letto il testo. Purtroppo sono pochi quelli che vanno a teatro, e non mi aspetto quindi che possano aver assistito a una messinscena dell’opera, anche se è una delle più rappresentate. Sono però sicura che potranno seguire il “reading” con piacere, cogliendo i significati psicologici e simbolici che gli attori daranno ai personaggi, e collegando questa interpretazione di The Tempest alle conoscenze che già hanno dell’autore.

4) Se dovesse sollecitare la partecipazione di un ragazzo/a a questa manifestazione, su cosa lo farebbe riflettere?

Intanto gli direi che la rappresentazione di un’opera di Shakespeare, che si tratti di una vera e propria messinscena teatrale o della lettura di alcuni brani, è sempre un’esperienza interessante, emotivamente coinvolgente. In questo caso in particolare, “The Tempest” è una fiaba affascinante, che racconta di spiriti magici e di mostri, di eventi miracolosi, di un’isola lontana percorsa da voci e suoni misteriosi, di storie d’amore e di tradimento. Ma gli direi anche che da questa presentazione potrebbe capire qualcosa dell’epoca di Shakespeare, della storia della colonizzazione delle Americhe, di alcune caratteristiche del teatro elisabettiano, e perfino del complesso rapporto psicologico che può instaurarsi fra un padre e una figlia e fra un colonizzatore e un colonizzato.


INTERVISTA ROBERTO BISELLI

1) In che modo il teatro può aiutare un ragazzo ad avvicinarsi a Shakespeare e alla letteratura “classica” in generale?

Il "fare teatro", forse più del solo studiarlo (ricordiamoci che in massima parte le opere teatrali vengono scritto per la loro rappresentazione meno per la loro semplice lettura) è uno strumento straordinario prima di tutto di consapevolezza personale e di acquisizione di quegli strumenti comunicativi che ci restituiscono l'essere soggetto in relazione agli altri. Di conseguenza affrontare un autore Shakespeare, che è riuscito a cogliere tutte le diverse sfaccettature della natura umana, come nel caso della tragedia greca del V secolo a.C., è senz'altro un elemento fondamentale per comprendere l'uomo e le sue contraddizioni. Shakespeare individua gli elementi fondamentali del comportamento umano, sia in senso negativo che positivo, e analizza lo svolgersi di queste passioni creando dei plot, ovvero dei nuclei drammaturgici che riescono a restare sempre contemporanei e quindi attualissimi anche per il tempo presente. Non è un caso che William Shakespeare sia l’autore teatrale più allestito nella storia del teatro e tutt'ora vengono scritte o realizzato opere che hanno come riferimento temi scespiriani. Lo stesso ragionamento si può estendere ai classici, ovvero più un classico è completo e ricco più la sua durata diviene eterna. Come a dire se io vedo un film di 50 anni fa e lo trovo ancora appassionante vuol dire che è un classico, se lo trovo datato non aveva raggiunto quella qualità artistica per poterlo definire tale.

2) Secondo la sua esperienza qual è il valore aggiunto che un’esperienza teatrale diretta può dare ad un ragazzo/ragazza tra i 14 e i 18 anni?

Credo di avere in parte risposto nella prima domanda, potrei aggiungere che un'esperienza di laboratorio teatrale fornisce anche altri strumenti di consapevolezza culturale e umana, quali ad esempio superamento delle proprie difficoltà comunicativa.  Nello specifico potrei aggiungere che Il Laboratorio teatrale è per gli adolescenti una fucina di stimoli straordinari: costringe ad essere allenati a parlare un linguaggio moderno, che in qualche maniera riesca a travalicare consuetudini e classicità. All'interno del Laboratorio si cerca di dare ai ragazzi una serie di puntelli tecnici e di strutture che permettano loro di riversare nel ruolo, nel personaggio, tutto il loro universo; si cerca di offrire loro delle “regole” che gli permettano di essere originali nell'espressione e nella comunicazione, per non “recitare” imitando modelli precostituiti, per essere principalmente se stessi, capaci di comunicare in maniera intensa ed emozionante, non tradendo la propria originalità e la propria unicità.
Il compito più importante non è quello di diventare “attori”, ma di imparare a comunicare con quello che siamo, di mettere in profonda relazione il sé con gli altri; solo così il teatro in contesti formativi diventa un luogo di sperimentazione dove costruire con creatività.
Senza dubbio fare teatro ha delle regole che devono essere utilizzate, superate, per poi inventarne delle altre, ma la cosa fondamentale è che la persona, il ragazzo, la ragazza, per meglio dire gli studenti che attraversano questa esperienza la compiano per migliorare il proprio "essere umani".

3) Bagliori d’autore è un’esperienza anche di “propaganda”, secondo lei utile?

Come tutte le iniziative che fanno scoprire un autore da molti punti di vista, e non solo da quello squisitamente letterario, è un ottimo strumento per comprendere che la produzione culturale in genere si espande su vari settori e come nel caso della manifestazione di quest'anno abbraccia varie discipline, l'analisi storico-letteraria, la musica, il cibo, i testi, le messe in scena, la danza, l'interpretazione dell'autore secondo punti di vista che si integrano, quello letterario, filosofico, antropologico, filologico. È senz'altro utile perché diviene una palestra di allenamento per comprendere in toto un autore e le sue ricadute sul presente.

4) Se dovesse sollecitare la partecipazione di un ragazzo/a a questa manifestazione, su cosa lo farebbe riflettere?

Vieni a scoprire che dietro un libro, forse apparentemente verboso, c'è un mondo, che il mondo in cui viviamo è fatto di illusioni, che tutti noi ci rappresentiamo nel "gran teatro del mondo quotidiano" e che la realtà è ben più complessa di come può apparire ad un'occhiata troppo rapida, come spesso la nostra quotidiana fretta ci induce a fare. Il teatro è lo specchio di noi stessi che siamo figli del mondo che ci ha preceduti e che ci seguirà, poiché il teatro è scritto, pensato, immaginato e realizzato da uomini per altri uomini. E gli uomini per vivere bene devono anche sapersi perdere nei sogni...
                 Benedetta Tedeschi 3F

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